Come descrivere il potere che ha il ballo di inaugurare una sessualità nuova? Non ho trovato altro modo per farlo che attraverso il corpo.
Io ballo da sola
Lentamente, con timidezza. Mi sento impacciata e un po’ lo sono davvero. Non importa, la musica mi piace e il ritmo mi guida. Passano solo pochi minuti e il suono del tamburo sveglia qualcosa nel basso ventre. Uno strano calore mi percorre la schiena e mi invita a togliere il vestito. Rimango in mutande, poi tiro via anche quelle. In un attimo la pelle delle braccia inizia a volteggiare ribelle sotto la spinta dei movimenti sempre più rapidi e marcati, mentre i seni iscrivono dei piccoli cerchi nell’aria. Allargo le gambe, poggio le mani sulle cosce ormai calde e muovo il busto in avanti. I capelli mi coprono il volto e mentre ruoto la testa prima verso destra e poi verso sinistra, disegno una piccola conca in direzione del petto. Imprimo una spinta ancor più ampia e i contorni di questa altalena, opacizzati dalla velocità, si confondono con quelli ormai indefiniti del mondo dentro.
Quando ho appreso a ballare così? Chi mi ha insegnato a muovere il culo così sfacciatamente? Sto ballando da sola e mi ritrovo a piangere. Di gioia. Chiudo gli occhi; non mi vedo eppure lo so, sono bellissima.
La bellezza di un corpo immortalato da un dipinto o da una foto racconta di un attimo; di una rapida sosta nel flusso del movimento.
Quando balliamo ci convertiamo in quel flusso e la bellezza stessa diventa gesto e movenza. I difetti, reali o presunti, scompaiono; le rughe, il culo grosso, le ossa fragili, il girovita sempre più largo, non dicono più niente. Tacciono, finalmente felici di non avere più puntata quella lente di ingrandimento che tanto li mortificava quando lo sguardo, al di là dello specchio, indugiava critico su di loro.
Mi tocco, sono tutta sudata. Da quanto tempo sto ballando? Il suono del tamburo è sempre più frenetico. Non posso fermarmi e non ne ho voglia. Continuo a muovere forsennatamente la testa in su e giù, poi ancora a destra e sinistra. Ma non soffrivo di cervicale? E quello scricchiolio al ginocchio? Sparito anche quello? Non sento dolore; solo piacere. È un attimo, vedo il fusto che percuote il tamburo e sono sopraffatta da un pensiero indecente. Ho voglia di fare l’amore. Finalmente.
Io ballo in coppia
Nel film “Easy virtue” la bellissima Larita (Jessica Biel) stretta in un abito sottoveste color perla, si dirige al centro della sala da ballo. È sola e invita a danzare con lo sguardo impudente e con un guizzo lieve della gamba. Il corpo, ardente e solenne, asseconda quell’unico atto. I signori in sala, ingessati da decadenti formalismi aristocratici, pur lasciandosi riempire dalle forme perfette del suo corpo, non trovano il coraggio di accompagnarla.
Solo Jim (Colin Firth), il padre di quel bamboccio da cui presto si separerà, le porge la mano e sotto lo sguardo eccessivamente dissimulato, e perciò palesemente riprovevole, della moglie indignata, inizia la danza.
Jim conduce i passi, o almeno così sembra. In un attimo Larita insinua il piede tra i suoi e li obbliga ad aprirgli un varco. Un movimento secco e strisciante diventa il vessillo di una femminilità finalmente libera e matura. La musica cessa e lei si allontana, confusa, non prima di averlo guardato. Forse per la prima volta.
Ho rivisto questa scena tante di quelle volte che riuscirei a definire i contorni del viso di tutti quelli che circondavano la sala da ballo e ogni volta si rinnova lo stesso, arcaico e istintivo piacere. L’eleganza dei luoghi e delle mise è un corollario; il ballo a due è solo uno dei travestimenti con cui il sesso si fa strada di giorno.
Amo il valzer ma solo il tango è capace di tendere le corde della passione fino allo spasmo.
Con gli anni sono diventata un po’ guardona e vado spesso in un locale che richiama una milonga per inserire il mio sguardo tra le braccia strette dei ballerini.
Sto ancora sorseggiando il primo calice di Malbec quando il baccano viene interrotto dalle note di un tango di Astor Piazzolla. Ora anche gli ubriachi tacciono.
Un uomo e una donna; i loro corpi sono eretti, maestosi. Sono al centro della sala da ballo e si stanno accingendo ad una delle forme di incontro più sottili e misteriose; insinuanti eppure palesi; il tango.
Le gambe si incrociano; gli sguardi penetrano nel desiderio più recondito dell’altro. Lui dirige la danza e la invita a seguire i movimenti, lei accetta e in questa sua apparente passività sta l’emblema massimo del potere che si conferisce; quello di lasciarsi andare o di dire no. Eppure lo sappiamo, quando l’uomo ama fino a toccare le corde dell’essenza, il diniego è solo una possibilità.
Il tango è desiderio, e il desiderio supera l’atto carnale stesso, spesso triviale e stupidamente banale. Il desiderio è la parte sacra dell’amore; può durare il tempo di un ballo, non importa, perché quando l’anima ascende al di sopra del contingente, il tempo stesso, come il mondo attorno, è relativo. Il desiderio fluttua, è imprevedibile; spesso orbo davanti alla nudità, si ciba avidamente di un pezzo di pelle che un movimento più audace e risoluto, inavvertitamente scopre. Basta reclinare il capo con più slancio che dal collo, tenuemente svestito, trasuda la più sottile sensualità.
Lui può solo guardare.
No, non è vero.
Lui può sfiorare quel collo, ma non con la pelle né con le labbra. Le stringe la vita e con una spinta decisa obbliga quel corpo leggero e palpitante ad un casqué che libera ancor più quel lembo di carne con cui sta facendo l’amore. È sazio.
Il tango è un pretesto per fare l’amore vestiti, o è la sua insondabile alchimia a generare il desiderio? Chissà! Espressione verticale di un desiderio orizzontale, così lo hanno poeticamente definito. Di più non si può dire; anche le parole, rapite dall’incanto di quella danza, tacciono.
Oggi non mi basta guardare.
Voglio ballare anch’io.
Lui è seduto accanto a me.
Ti sto guardando. Toccami, fino al cuore e più sotto, fino alle viscere. Invitami. Sì, così… avvicinami a te. La mia mano si posa elegantemente sulla tua spalla; la delicatezza di questo sfioramento amplia i miei sensi. Sento il suono di un ruscello d’acqua muoversi in una grotta; è il mio sesso che, ora lo so, è vivo. Giro su me stessa e i contorni della sala sfumano; la materia svela il suo inganno e non vedo più niente. Il mondo non è che una sinfonia di vibrazioni armoniche.
Volteggio. Mi allontano, ma tu sei qui; mi riporti vicina, attaccata a te e poi incroci la gamba alla mia. No, non preoccuparti. Non scappo più. Cosa fai adesso? Un arrastre e poi mi allontani ancora? Volto il capo e nascondo il viso dietro l’avambraccio. Sono sola, ma già sento il calore che emana il tuo corpo verso di me.
È il preludio. È il pathos. Sono pronta. Andiamo a casa.
